Il racconto è la storia di una bambina italiana cresciuta in un periodo storico molto sfortunato.
Questa
sfortuna non è dovuta solamente al fatto che c'è la guerra, ma anche al fatto
che lei, come altri suoi coetanei, deve portare con sé un "handicap",
un qualcosa che la distingue dai comuni bambini , quello di essere Ebrea. Infatti,
scopre che in Germania c'è un certo Hitler che ce l'ha con gli Ebrei; quindi
insieme alla sua famiglia è costretta a scappare da Torino per trasferirsi
inizialmente a Milano e successivamente a Roma. Qui, per sfuggire alla
deportazione insieme alla sorella e alla madre, viene nascosta in un convento
cattolico.
In questo
luogo si trova al sicuro anche se la paura è all'ordine del giorno; per esempio
quando vede dalla finestra dei soldati tedeschi con il fucile spianato, lei
pensa che abbiano scoperto che nel convento sono nascosti degli Ebrei.
Vivendo in
questo ambiente, arriva al punto in cui vuole cambiare fede perché è attratta
da quel "mondo cattolico" non minacciato; però a questo punto
interviene la madre la quale è furibonda con lei e soprattutto con le suore che
l'hanno influenzata, non perché le importi molto della religione ebraica, ma
perché l'ebraismo è un'identità che vuole difendere.
Con la madre
non ha un buon rapporto, perché non ha tempo per le carezze e altri gesti
affettuosi, ma è afflitta dalla preoccupazione di dover proteggere le sue
bambine da quelle persone tanto crudeli che impediscono loro di vivere una vita
normale.
Con il padre,
invece, ha rapporto più sereno perché è più dolce e più affabile; però è meno
stretto perché lui, purtroppo, non vive in convento insieme alla famiglia anche
se a volte va a farle visita.
A guerra finita,
libera dalla preoccupazione, è proprio la madre che riesce a far capire alla
figlia che da quel momento l’essere ebrea non rappresenta più un “handicap”
perché non esiste distinzione fra una bambina ed una bambina ebrea.

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